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Intervento di Simona Mafai alla presentazione di Portella della Ginestra/indice dei nomi proibiti
a Palermo, presso la libreria Broadway il 4 novembre 2005

La storia d’Italia non è certo avara di stragi. Ricordando Portella del 1947 (11 morti, 27 feriti) la mente corre alla strage di piazza Fontana ed anche a quella della stazione di Bologna.
“L’Italia – ha scritto uno storico – è tutta una serie di ferite e cicatrici”.
Cicatrici diverse ma inferte con un medesimo obbiettivo, pur nella diversità dei tempi e delle fasi politiche: impedire l’accesso delle classi lavoratrici alla direzione dello stato, rendendo impraticabile – con l’arma del terrore – l’intesa tra le forze riformatrici avanzate ed i ceti intermedi (moderati, ma disponibili però a percorrere le vie del rinnovamento). Con una caratteristica specificatamente siciliana: il ruolo svolto in altre parti d’Italia dai cosiddetti “servizi deviati” e dalle bande di estrema destra – è svolto in Sicilia dalla mafia (e, nell’immediato dopoguerra, dalle peggiori frange separatiste).
E’ un po’ fastidioso parlare e riparlare di voti e di assemblee legislative; ma bisogna pur avere presente che dieci giorni prima della strage di Portella c’erano state le elezioni regionali, clamorosamente vinte dal Blocco del Popolo, con 600.000 voti. E che venti giorni dopo la DC si alleò con i partiti dell’estrema destra (con cui prima aveva contrastato), escludendo dalla direzione del Governo e dell’Assemblea proprio lo schieramento popolare vittorioso. Il primo Governo della Sicilia autonomista si innestò dunque sull’accoppiata tra violenza stragista e spregiudicatezza politica, un peccato originario che ha gettato la sua ombra su tutti gli eventi successivi, e che ha compromesso, o quanto meno resa fragile, la fiducia delle masse lavoratrici nella democrazia e nelle sue istituzioni. Cito un’interessante e originale osservazione dello storico Salvatore Lupo, relativa proprio a quegli anni. “I social-comunisti trassero una certa diffidenza per i nuovi meccanismi democratici dal fatto che la loro vittoria elettorale in Sicilia non li aveva per nulla avvicinati al governo della regione”. .
Ma Portella non può essere letta solo in chiave siciliana. Essa come disse nel trentennale della strage (1977) – consentitemi la citazione – Pancrazio De Pasquale, allora presidente comunista dell’ARS, è stata “la prima intimidazione …non solo contro i lavoratori, ma contro il nuovo stato repubblicano …/Nel dopoguerra /..il blocco agrario e parassitario dominante in Sicilia tentò, una dopo l’altra, due carte per svincolarsi dalla imminente trasformazione democratica dello stato: prima il separatismo e dopo la monarchia …Ambedue queste prospettive fallirono il loro obbiettivo, ed i gruppi reazionari siciliani che fino allora si erano raggruppati in formazioni estranee ed antagoniste alla politica dei governi di unità antifascista, entrarono in crisi” e decisero di inserirsi direttamente nell’architrave dei nuovi governi repubblicani per destrutturarli, fagocitando la DC, che da Portella in poi si caratterizzerà come partito dei ceti possidenti, e si farà permeabile alle infiltrazioni mafiose. “Dal profondo della Sicilia- proseguiva De Pasquale - …fa la sua prima apparizione, viene alla ribalta, quell’intreccio tra criminalità e reazione, tra eversione e provocazione, che dopo aver covato sotto le coltri per tanti anni riesploderà nelle grandi metropoli industriali …dell’Italia di oggi”. E’ un collegamento – tra “stragi siciliane” e “stragi nazionali” - non complottardo o cospirativo, ma nettamente politico; e le recenti ricerche di Casarrubea supportano questa tesi con ulteriore materiale, comunque da verificare.
Non è certo un caso se, nell’ambito del ciclo di riflessione sulla storia della Sicilia promosso dal Gramsci si è ritornati a parlare di Portella: sia nella relazione introduttiva di Francesco Renda, e proprio sul rapporto (alternato) tra stragismo siciliano e nazionale, sia nella relazione di Piero Violante sull’autonomia, quando, parlando dell’assassinio Mattarella, egli afferma. “il delitto Mattarella rimane un mistero, uno dei tanti e irrisolti misteri italiani –badate non siciliani – a partire da Portella della Ginestra”.
Ma non voglio soffermarmi ancora sul dibattito storico e politico attorno a Portella. Il poema di Beatrice Monroy, ci porta ad un’altra, e direi più elevata, dimensione.
La sua rievocazione di quel tragico Primo maggio (e della giornata che lo precedette, e dei mesi che lo seguirono) trasfigura e supera ogni polemica, sovrastandola con la esposizione nuda del dolore, la purezza del linguaggio, la lineare scansione dei tempi del dramma. Come tutto ciò verrà riprodotto in palcoscenico domani, è la sorpresa che ci hanno riservato Gigi Borruso e la Compagnia dell’Elica.
Beatrice Monroy affonda con delicatezza le mani in quel durissimo dolore, e lo fa riemergere come una nuvola senza confini, in cui può riconoscersi qualsiasi luogo del mondo, dove migliaia di vittime inconsapevoli, piccole e indenni da colpe, vengono quotidianamente sacrificate sull’altare di un dio senza volto. Forse, “il potere”, dio crudele e indifferente, osceno ed uguale, sia nelle metropoli sia nei margini più sperduti della terra.
Riflettere su queste cicatrici, non per ritorsioni o vendette, ma per un autentico sforzo di verità, è un’opera altamente civile. Poeti, studiosi, politici, testimoni dei fatti, vogliamo impedire l’oblio e superare le debolezze delle nostre comunità sempre in bilico su memorie contrapposte. Ci assumiamo l’orgoglioso compito di conservare, legittimare e promuovere una memoria storica riconosciuta, su cui costruire la nostra identità collettiva, base e sostanza vitale di uno stato e di una regione rinnovati e sani.
Non per restare affondati nel passato, al contrario: ma per trovare, dalle nostre radici, la forza di aprire e percorrere strade nuove e magari nuovissime. Cito Remo Bodei: “Per sapere chi siamo dobbiamo ricordare, congiungendoci al passato; ma, insieme, anche dimenticare per aprirci al futuro”.


Intervento di Giuseppe Condorelli alla presentazione di Portella della Ginestra/indice dei nomi proibiti
a Misterbianco (CT) il 6 settembre 2005

“Le parole alzano le pietre dello scandalo./ Per questo sono qui e canto”.
Beatrice Monroy non è qui per colmare quel “buco nero” della nostra storia moderna che si chiama Portella della Ginestra piuttosto per portarne a nudo il cuore di sangue innocente.
Beatrice ha scelto la poesia, lungo un incedere drammaturgico, teatrale. Un poema lontano da ogni velleità storicistica e scientifica – già la messe di pubblicazioni è proporzionale al mistero che avvolge quegli eventi – perché solo la poesia può addossarsi l’epica di quella ferita, di quello strappo alla ragione.
Ma non può esserci catarsi senza verità.
Ecco perché il libro di Beatrice solleva domande strazianti.
Perché sono “proibiti” quei trentotto nomi?
Cosa ci impedisce di pronunciarli?
Forse è il loro sangue che chiede verità, un dolore inspiegabile ancora, un dolore che solo la memoria non è capace di lavare.
E’ necessaria un’altra redenzione per quegli innocenti, più laica, certo, ma inevitabile: le molte verità e le poche certezze (cui accenna Fabrizio Loreto nella prefazione a “Portella”), questa volta, dovevano diventare poesia, “cuntu” quasi. Non è certo un caso che Beatrice Monroy riprende la tradizione orale “contaminando” i suoi con i versi di altri cantastorie: quelli – per esempio - del poeta Salvatore Bella, autore di “Turi Giulianu re di li briganti”:
«L’accordu cu la mafia lucali/ zucchiru misi supra di lu meli».
E in “Portella della Ginestra” per una volta tanto il luogo della poesia è finalmente il luogo della storia. Di una storia occulta e occultata (non è necessario ricordare che l’eccidio non venne mai classificato come ‘strage di Stato’ anche per evitare l’obbligo di un risarcimento alle vittime), punta di quell’<<iceberg reazionario>> (la definizione è dello storico Francesco Renda, invitato dalla CGIL a tenere proprio a Portella il comizio ufficiale in quel giorno di sangue) diretto a stroncare il movimento contadino.
Un contesto che vede al centro, le accenno soltanto, due grandi questioni: i rapporti dell’isola con l’Italia – separatismo o autonomia – e il problema della terra cioè il problema nodale della società dell’isola. Nel ’44 dopo la svolta di Salerno, ministro dell’Agricoltura è quel Fausto Gullo, calabrese, i cui decreti costituivano una legislazione agraria preriformatrice; un momento nel quale la rivoluzione sociale pareva alle porte, non solo in Sicilia.
L’obiettivo di fondo perseguito da quei decreti era quello di colmare lo storico iato tra Stato e masse rurali attraverso la loro attiva e diretta partecipazione. Fu in questo clima che il banditismo mafioso individuò anzi cercò di individuare il proprio referente proprio nel Partito Comunista, cui si propose addirittura come braccio armato in vista dell’azione rivoluzionaria sappiamo quale fu la risposta: valga su tutti la prassi di Girolamo Li Causi.
Portella non era soltanto il naturale luogo di confluenza de tre comuni alle falde dei monti selvaggi il Pelavet (monte Pizzuta) ed il Kumeta (Cometa). Nella vallata di questa onomastica esotica - siamo in territorio greco-albanese – esisteva il “podio di Nicola Barbato”, un socialista di Piana, medico a Corleone, condannato a dodici anni nel 1894 per aver fondato i “Fasci dei Lavoratori” e che era solito tenere un comizio ai contadini proprio il 1° Maggio: Portella dunque è anche un simbolo.
Per Turiddu Giuliano – che non è affatto il protagonista di questo poema, non potrebbe esserlo - dal separatismo all’anticomunismo il passo è breve: e il terrorismo agrario mafioso lo assolda già a partire dal giugno ’46: dunque Portella comincia molto prima…
Non storia quella di Beatrice Monroy, o meglio storia particolare, “cuntu”, appunto: il “così” esplicativo dell’incipit (“Così mio padre si fece convinto”…) inscrive subito il poema non nella bigiotteria del lirismo ma nel vissuto della povera gente.
E’ un movimento “pensato in dialetto”, pensato nell’ideologia di chi usa il dialetto, subalterna: è la voce che sceglie di stare dentro la realtà che vuole descrivere; verghianamente una narrazione corale, una “focalizzazione interna”… casomai dovessimo usare gli algidi strumenti della critica; basterebbe citare l’anaforico interrogativo retorico «Allora, me lo posso mai dimenticare?» che diventa quasi l’identificativo della memoria personale e collettiva delle vittime di Portella.
La poesia intreccia il piano diacronico quello sincronico: le immagini della strage in presa diretta – un bianco e nero della memoria come le immagini del film di Rosi - e quelle allusive, più sfocate del processo di Viterbo e della storia ufficiale.
La poesia traduce la volontà di denuncia, evocando quasi il celebre j’accuse di pasoliniana memoria (“Cos’è questo golpe. Io so”, sul Corriere della Sera del novembre 1974):
“E io dico:/ ci sono i nomi/ li conosco tutti. Li so io i nomi proibiti, i nomi dei morti ammazzati/ i nomi del silenzio/ innominati.”
E si fecero quei nomi, assai eccellenti, al processo di Viterbo per i mandanti, li ricordo per la cronaca: il principe Alliata, l’onorevole monarchico Marchesano, il deputato Mattarella e Cusumano, ma ancora oggi nessuno ha pagato. Portella della Ginestra è comunque una strage che non ha impedito il processo di rinnovamento: il martirio non è stato inutile: il latifondo è scomparso, l’agricoltura avviata tra mille difficoltà. C’è insomma un giudizio storico che non può essere aggirato: Portella fu un atto terroristico – cito Renda de “Salvatore Giuliano una biografia storica” (Sellerio) – «collocato all’interno del contrasto violento opposto dai gruppi oltranzisti dell’agraria e della mafia alle lotte contadine combattute tra il ‘45 e il ’55». Ciò significa che il poemetto non abbandona il contesto in cui maturò la strage. Tutta la terza sezione è una sorta di ricostruzione in cui politica, mafia e banditismo sono messi a nudo e che concentra il suo fuoco in quell’agghiacciante “Spara Turiddu che diventi re”…
Consapevole della storia, ma alla distanza che giustamente impone la poesia Beatrice Monroy non cade nell’afflato lacrimevole; c’è una dignità “civile”, straziata, una voce che com/patisce in queste pagine: lei ha raccolto le storie dei sopravvissuti, casa per casa, ha ascoltato le loro voci, visto le loro ferite, visitato i loro incubi.
Sulla scena della poesia s’incrociano le dolorose storie – e “Destini” come s’intitola proprio una pièce di Beatrice Monroy - solo che al posto di quei protagonisti la puttana fascista”, l’ebrea orfana e “quella del soldino” – il poema declina i monologhi intrisi di dolore di chi vide, di chi fu colpito, di chi cadde.
In questa sospensione volutamente soffocata, l’urlo è troppo alto perché lo si possa udire. Portella forse è “questa cosa innominabile”. Ancora.